Testimonianze
Women Up! • 28 Novembre 2025
Elisa
Quando avevo circa 20 anni ho conosciuto un ragazzo di qualche anno più grande; all’epoca ero giovane e credevo nell’amore ed ero fiduciosa nel futuro. Il primo periodo ho passato dei momenti felici e sereni, lui era solare e simpatico, era piacevole passare del tempo assieme…
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Con l’andare del tempo ci siamo messi insieme e facevamo coppia fissa, non vivevamo nella stessa città per cui ci si vedeva solo nei fine settimana. Lui raccontava di sé e io credevo a quello che diceva ma non avevo modo di constatare se fosse la verità o cose raccontate per risultare più piacevole. Con il passare degli anni la storia si fa seria però per stare con lui cose che inizialmente facevo non potevo più farle perché a lui iniziavano a dare fastidio. Vivendo lontano cominciava ad allontanarmi dalle mie amicizie prima, poi pian piano anche dalla mia famiglia.
Nel corso degli anni abbiamo anche lavorato assieme come colleghi nello stesso posto di lavoro. La nostra storia cresceva e a coronamento del nostro amore veniva al mondo nostra figlia, ma lì qualcosa si comincia ad incrinarsi. Non ero più brillante, non andavo più bene, lui faceva sempre meglio tutto, quello che facevo io veniva messo continuamente in discussione. Io mi concentravo su mia figlia e non volevo vedere che il suo atteggiamento nei miei confronti cambiava e cambiava in peggio. Nel mentre abbiamo aperto un’attività insieme e abbiamo cominciato a gestirla. Gli anni passavano e tra alti e bassi la storia proseguiva e nasceva anche una seconda figlia. È lì che lui ha cominciato ad ignorare mia figura diventando sempre più insofferente nei miei confronti. Mi minacciava in vari modi e tutto quello che diceva lo portava a termine. Io ero incredula perché non potevo credere che la persona che diceva di amarmi potesse diventare sempre più aggressiva, prima verbalmente e poi anche fisicamente.
Quello che mi spiazzava è che lui mi faceva dubitare delle mie azioni, mi faceva passare per pazza dicendo che mi inventavo le cose, tanto che c’è stato un momento in cui ho iniziato veramente a credere a quello che diceva perché ormai l’unico con cui potevo rapportarmi era lui. Capitava sempre più spesso che lui mi denigrasse in pubblico in momenti in cui poi io non mi potevo difendere. Ormai io ero terrorizzata da lui perché per un non nulla scattava addirittura senza motivo plausibile. Non riuscivo a raccontare a nessuno la mia situazione anche se sapevo che era sbagliata, ma pensavo che non mi avrebbero creduto e che avrebbero creduto a lui.
Ricordo ancora la sensazione di frustrazione che provavo quando dovevo rientrare a casa, dove di solito ti senti al sicuro, dove puoi lasciare le tue paure fuori dalla porta; per me invece era il contrario. Entrare in appartamento era mettermi in trappola, essere nelle mani del mio carnefice. Dentro le 4 mura poteva fare quello che voleva, nessuno poteva intervenire o poteva salvarmi. Per fortuna io lavoro e al mio posto di lavoro ho cominciato a prendere coscienza che dovevo cambiare rotta, che lui era un violento e che mi avrebbe potuto uccidere e che probabilmente avrebbe raccontato chissà che storia e gli avrebbero potuto credere. In città avevo visto la locandina di Sos Rosa e mi ero segnata il numero di telefono.
Gli ultimi mesi di convivenza con il mio ormai ex compagno prendevo sempre più coscienza che dovevo andare via di casa per salvarmi e denunciare. L’ultimo episodio di violenza mi sono detta “o chiamo la polizia o non ne esco viva” e le mie figlie sarebbero rimaste senza la mamma. Quindi ho chiamato l’allora 113, la polizia è intervenuta e ha preso la mia deposizione scortandomi fino al P.S. dove mi hanno refertato. La prognosi era di 14 gg. Quindi la denuncia è scattata d’ufficio; a differenza di qualche anno prima avevo intenzione di sporgere denuncia comunque e così è stato.
I poliziotti che mi hanno preso in carico mi hanno ascoltato e non hanno messo in dubbio la mia dichiarazione e il mio sentire. Mentre ero in questura sono stata messa al corrente dell’associazione S.o.s Rosa e dopo qualche giorno mi sono recata da loro. Mi sono sentita ascoltata e creduta sia dalla polizia che in associazione questo mi ha dato maggior sicurezza che stavo facendo la cosa giusta. Il mio ex convivente è stato condannato per violenza domestica.
Finchè non ci sarà un cambiamento
Il mio passato cela il peso sottile e silenzioso dell’anoressia che per lunghi anni ha pervaso il mio corpo e invaso la mia mente. Sono grata alla vita per essere guarita, di sentirmi libera. Segnata dalla cicatrice che resta, mi affaccio al mondo con l’entusiasmo nel cuore ma presto mi accorgo che sono totalmente disorientata, sconosciuta di fronte la gente e soprattutto estranea a me stessa…
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Solo più tardi dopo la nascita di mia figlia, nel senso di protezione verso di lei in una nuova sfida da affrontare, quando davanti lo specchio vedo il riflesso autentico di chi sono, sostenuta dal centro antiviolenza sulle donne in un percorso che pone me al centro, allora riconosco la mia integrità e accetto di essere un’anima sensibile.
Oggi le emozioni che provo racchiudono dolore e paura. Mi sento svuotata da ogni sentimento perché ho dato tanto, perché ci ho creduto sul serio. Porto addosso il senso di colpa per aver inseguito abbagliata una felicità che sognavo senza soffermarmi sull’amara realtà.
Io e M ci conosciamo e siamo diversi. È vero che gli opposti si attraggono ma la nostra storia comincia agli antipodi. Le nostre vite si intrecciano e se io mi accollo la fatica di essere luce attraverso il suo sguardo oscuro, lui continua a essere se stesso e a fare le cose che gli piacciono, adattandomi a lui fino a scomparire, creando compromessi sulla mia identità, per non essere alla fine riconosciuti né apprezzati, sopportando gesti che non immaginavo nemmeno possibili.
L’inizio della convivenza, e il suo perdurare, ha messo in risalto le discrepanze in maniera assoluta: i bioritmi, le priorità della vita, il modo di discutere e comunicare, la gestione della casa, l’utilizzo del denaro per la quotidianità, il rapporto con le famiglie di origine, il modo di porsi rispetto gli altri, le proprie esigenze si scontrano drammaticamente. Scopro così il suo essere collerico e io divento sempre più ansiosa e insicura, resto immobile davanti le sue esternazioni violente sempre più frequenti, che anche se non mi toccano, colpiscono, con un impatto forte, incontrollabile e ristagnano in una sofferenza che soffoca il grido.
Al principio della relazione ho cercato di creare un legame maturo e, rimasta incinta, di costruire una famiglia. Con il tempo mi sono sentita persa, con un uomo distante, fra una compagnia fuori luogo rispetto al mio genere, mi sono chiusa e rifugiata in me stessa, fino ad accorgermi di essere sola a cullare nostra figlia. Ci sono state una serie di circostanze, accaduti e comportamenti che mi hanno delusa; molti di questi dipendono da chi ho affidato il mio futuro.
La verità che fa male è che mi sono illusa. Ho provato a porre le basi per ogni buon proposito che si poteva realizzare insieme a M, ma è stato tutto vano per finire ad annullarmi mettendo sempre lui al primo posto. Lui è stato sempre passivo. Ho provato ad aiutarlo, pensando che il solo stargli accanto avrebbe portato a vedere il mondo a colori, una vita che ne vale la pena, ma per lui quel mondo restava spazzatura e la vita uno schifo. Ho provato a salvarlo nel grigiore di un’insoddisfazione (e depressione a cui spesso accennava raccontandomi anche che c’è stato un momento addietro in cui ha tentato il suicidio) verso la propria esistenza gettando nuovi stimoli, ma lui è rimasto ancorato a quello stato di impotenza che gli ha portato via l’ambizione, la passione e lo rende prigioniero nell’unica soluzione che conosce: la cannabis. Ho cercato di mostrargli l’amore verso le cose belle, della mondanità, di chi è importante. Invece i ricordi si anneriscono su momenti in cui nel cercare sicurezza e speranza ricevevo una risposta secca oppure uno sguardo rassegnato come un pugno nello stomaco.
La sua tossica dipendenza dall’erba era letteralmente inebriante, ne era ossessionato a tal punto da diventare furioso se non fumava e la ricerca accanita lo tormentava. Lui non si rendeva conto che mi allontanava, che era difficile stargli vicino mentre io valevo meno della sua droga. Era una competizione a cui non volevo partecipare. Ho provato talvolta soffrendo a combattere una battaglia non mia, spiazzata dal non essere abbastanza. E con rammarico penso che forse non aveva bisogno di me, lui ha bisogno di aiuto. Il mio grave errore per mia indole è aver pensato e creduto di essere la sua salvezza. Comprendo oggi che l’amore autentico non è a senso unico, è equilibrio e condivisione, la cui mancanza sfocia nella conseguenza di un rapporto sbagliato.
D’improvviso, o da quando me ne sono resa conto, era aggressivo per ottenere ci che voleva, che voleva sempre di più, o se non ci riusciva, dalla cosa più piccola alla più grande che gli causava stress, lui perdeva il controllo. E pian piano sono stata manipolata dalla paura per ogni sua reazione, ancora prima che potesse capitare cercavo ogni modo purché non accadesse. Ora, da separati, lui riversa astio e rancore, odio e rabbia, frustrazione e colpa su di me, l’unica persona forse, giacché rinnega i suoi genitori, che ha cercato di fargli del bene.
Insieme, siamo genitori di una bambina meravigliosa, B.
Ma non siamo una famiglia unita: siamo legati ma divisi. Lui è un padre assente, un uomo burbero, una persona anaffettiva. La scelta di proseguire la gravidanza è stata prevalentemente mia, lui non si è mai sbilanciato nel prendersi la responsabilità sulla decisione o cercato un confronto. Il suo orgoglio era diventare padre. Lo diceva proprio a tutti, anche dopo che B. è nata mostrava a tutti le foto della bambina come a esibizione di un trofeo, ma il cambiamento che ne derivava non lo ha mai preso seriamente. Accecata dalla gioia del momento, ho cercato di coinvolgerlo e renderlo partecipe in ogni fase ma sulla mia prima esperienza di maternità mi stringo nella profonda tristezza ancora una volta di un brutto ricordo.
La sua costante assenza è il mio tormento che non mi dà pace. A casa c’era poco, si annoiava, se c’era si isolava per ore a fumare canne sul balcone che affacciava proprio alla cameretta della bambina (tanto che B. non ha mai vissuto quello spazio dedicato a lei perché non volevo venisse a contatto con sostanze nocive per la sua salute) o a giocare con i videogiochi, o dormiva perché necessitava di riposare lui con un lavoro di sole 24 ore settimanali e senza contribuire ad aiutare in casa. ‘Potevi mettere da un’altra parte la bambina’ così mi ha urlato contro una mattina presto urtando la sdraietta su cui poggiava la bambina purtroppo piangente inconsolabile davanti la porta del bagno fianco quella della camera nostra mentre io ero seduta sul water: mi sono sentita vergognosa, inerme. A due settimane di vita con la bambina affidata a lui esco a fare la spesa per poi rientrare e trovare la bambina piangente abbandonata nella carrozzina del passeggino mentre lui era tranquillo fuori su quel maledetto balcone: non mi sono più fidata a lasciargliela da solo. Si avvicinava a lei odorante di fumo ed erba e sporco di cenere, nonostante le mie costanti osservazioni rivolte sul pericolo lui non prestava attenzione, si scrollava perfino dentro in casa che la bambina ha iniziato a gattonare, a giocare sul tappettone e a camminare a casa della nonna materna perché non mi sentivo mai sicura ad adagiarla per terra in casa nostra.
Una sera M si propone di addormentare la bambina e non riuscendoci presto sento dall’altoparlante acceso del babymonitor ‘sei una rompina di coglioni a’ papà’ che accorro verso la camera e vedo che la agita, che lui si agita, che lei si divincola e d’istinto stringo la bambina a me. Una notte rientra a casa a notte fonda ubriaco che lo accudisco mentre mi sveglio anche per allattare; peggio quando un giorno si presenta al parco giochi alticcio che lo incito ad allontanarsi ma lui resta, si esprime con tono arrogante perché è il padre e, indispettito, mi accusa di non potermi permettere a fare certe insinuazioni che la bambina ne risentirà negativamente nei confronti di suo padre. La mia preoccupazione si faceva pressante nell’osservare e rendermi conto che lui non era mai lucido, in uno stato di alterazione costante da alcool o in ebbrezza da cannabis per l’uso smodato di 8 canne al giorno: ‘appena ti fai grande andrai a recuperare la roba per papà’ questi sono i suoi discorsi verso la bambina ancora in fasce, che mi lascia interdetta. Spesso si rivolgeva a me ‘dimmi cosa devo fare così poi sono libero, ti serve altro?’ che ho imparato ad arrangiarmi da sola per non chiedergli aiuto e sentirlo sbuffare. Dalla pediatra, ‘ci vengo se ho voglia’.
A tre mesi dal parto, mi propongo per andare a lavorare perché non sostenevamo le spese e in concomitanza è stato indetto il concorso per le case Ater; un lavoro full-time per lui sarebbe stato un sacrificio a cui non voleva sottomettersi. E sopporto in silenzio ancora oggi lui che chiama ‘principessa di papà’, mentre il carico è da sempre tutto sulle mie spalle. Dell’assistenza e della cura di una coppia, di una donna in post-parto, della sua amata, di una nuova famiglia, della neonata, non se ne preoccupava. Usciva e preferiva le serate al bar in compagnia degli amici piuttosto che trascorrere del tempo con me e la bambina a passeggiare all’aria aperta o a inventarsi giochi o a organizzare una gita o ad accompagnarci a comprare tutto l’occorrente che serviva per la crescita di Beatrice.
Iniziano i litigi tra noi, ogni motivo scatenava una discussione, le sue urla si fanno sempre più accentuate che spesso mi nascondo in camera da letto con la bambina per non sopportare la sua prepotenza e con il timore che possano esserci ripercussioni sulla piccola. La sua ira si esprime scaraventando ci che trova sottomano o sgancia pugni contro il muro o li sbatte sul tavolo; a Natale in preda alla rabbia rompe il telecomando della tv a mani nude scaricando tutta la sua forza. Un tardo pomeriggio in pieno centro città mentre passeggiamo con B, accecato dalla furia per un malinteso M si sporge in avanti a un soffio dal mio viso: ‘tranquilla ho le mani dietro la schiena’ pensando a rassicurarmi, invece io ero terrorizzata. Tutto d’un tratto vivo un incubo e l’unico modo per fuggire è allontanarmi insieme a nostra figlia. Da quando faccio ritorno a casa di mia mamma, ricevo messaggi scioccanti, continui, ci sono perfino minacce; ogni sera ho una crisi di pianto e sfogo, la malinconia soccombe e soffoca il tempo già fugace che spesso mi sembra di perdermi l’attimo e non godermi Beatrice come vorrei e come merita stressata dalla giornata che lui fa vivere con angoscia. Sento la sua voce rimbombare nella mia testa ‘star con la bambina agendo per contro tuo… per colpire dove ti fa più male’. Quando M. si interfaccia con me allude solo la rivendicazione dei suoi diritti, ma dei suoi doveri e responsabilità non ne fa mai accenno. E resto sconcertata di fronte a tanta atrocità, che fuggire non è più sufficiente, ho bisogno di essere difesa e la bambina protetta.
In questo periodo mi avvicino a mia mamma e a mia sorella, grazie a loro io e B. stiamo bene nella difficoltà del momento. Mi riferisco non solo al sostegno economico, quanto mi hanno incoraggiata e appoggiata anche se non si condividevano le decisioni o l’approccio a questa nuova realtà per me, mi hanno guidata con sostegno, perché mi conoscono e mi amano per come sono.
Quando penso ai genitori di lui, risuonano prima di tutto le parole di sua mamma ‘sei particolare’ che io ho attribuito a tutto quello che ho fatto: dal non porgere subito appena nata B. fra le loro braccia sentendomi sbagliata facendo quello che sentivo, dal non ricevere regali perché sceglievo tutto accuratamente invece di proporsi per scegliere insieme, dal comprare giochi educativi venivo derisa o sminuito il mio impegno per il suo sviluppo, dallo svezzamento che è una fase delicata criticata nell’essere troppo precisa, dalla mia pacatezza nello stare con la bambina alla loro esuberanza che invece dovevo accettare, mi sono sempre sentita giudicata; e di suo padre ‘hai solo voluto diventare mamma’ dandomi della poco di buono o ‘per una famiglia unita tutto si sopporta’, ricevendo perfino una chiamata intimidatoria all’apice delle minacce da parte di suo figlio. Io cercavo comprensione e rispetto, che sono mancati, che sono stati calpestati. Il dispiacere ora quando la bambina è con loro è che non tengano fede agli insegnamenti che le rivolgo al fine di formare una famiglia capace di collaborare ma si comportano senza prendermi in considerazione.
Oggi noi come coppia non esistiamo più e M. pretende di stare con la figlia appellandosi al diritto di esserne il padre, perché prima non ricordo abbia mai avuto nessuna intenzione. Quando il rapporto si è incrinato, gli ho proposto e abbiamo preso in considerazione e frequentato incontri di coppia con una psicologa al Consultorio familiare mentre ancora convivevamo e anche dopo esserci separati incentrati sulla bi-genitorialità. All’inizio del primo percorso si era stabilito che lui doveva stare con la bambina un’ora al giorno: non trovava mai il tempo. Quello stesso tempo che ora esige con insistenza, quel tempo che prima ha gettato via, e ora io devo accettare di condividere. Abbiamo tentato per due mesi un approccio di mediazione: vedeva Beatrice ogni giorno con me, ma il suo essere buono aveva l’intenzione sola di tornare insieme e, se prima era contento che lo affiancassi nello stare con la bambina visto che non c’era mai stato, dal momento che gli ho negato la possibilità di una rappacificazione, si rivolge ad un avvocato per concordare le visite. Il problema, che per lui sono io che non lo lascio fare il padre, è ben più radicato. Al racconto della mia storia l’avvocato che mi rappresenta si appella direttamente al Tribunale e inizia l’iter legale.
L’atto di ricorso che deposito è la verità; l’atto che M. fa scrivere è una menzogna. Devo ripercorrere velocemente come una pellicola che si riavvolge ogni abuso cancellando le emozioni per non essere trasportata e sopraffatta dal tormento che sento addosso. Matteo, per la falsità e la cattiveria dimostrata, per screditarmi mi ferisce ancora riportando alla luce il buio di quegli anni lontani della malattia per cui ho già lottato, per difendersi ha rinnegato la mia famiglia dopo che è stato aiutato mentre mia nonna ci sosteneva con la sua povera pensione, mi disgusta e la sua presenza mi altera emotivamente. Mentre io cresco B. lui si mostra sprezzante e sdegnato del mio sforzo e della mia dedizione, invece di fronte al Giudice dichiara che sono una ‘buona mamma’ e al contempo mi reputa una ‘madre iperprotettiva e impositiva’. Quello che omette al Giudice è che lui è anarchico, non ha mai avuto regole e non vuole che gli si impongano, così si comporta allo stesso modo con la bambina, non come esempio nel ruolo da genitore ma come leader da seguire; non rispetta la routine della piccola, non se ne prende cura né per accudirla, né per mantenerla, né per imprimere un’educazione e un’istruzione adeguate. La sua instabilità, la sua arroganza disarmante, la sua incapacità di gestire il benessere della bambina affinché sia serena e in pace, mi spaventa. Si chiude la prima udienza con la disposizione dei servizi sociali, l’affiancamento di un’educatrice per le visite con il padre, il rimando al Sert per M e il mantenimento su B.
Poco dopo la stesura del provvedimento mi interfaccio con l’assistente sociale di riferimento per raccontare ancora una volta la storia vissuta e sempre di più mi accorgo che l’approccio diventa stressante, come se dovessi giustificare la mia lontananza, la mia decisione e presa di posizione, come se fossi io in difetto. Sono nervosa ma cerco di mantenere la calma per esporre la reale dinamica che ha scatenato questa guerra; nonostante il rapporto conflittuale, la mia intolleranza per l’incompetenza e la superficialità di Matteo come padre, la sua indifferenza e il suo stile di vita, la mia sfiducia nei suoi confronti, si delinea un percorso di supporto che sembra porci sullo stesso livello. Al secondo incontro viene spiegata la modalità degli incontri presenziati con l’educatrice come opportunità di ricongiungimento, capacità genitoriale e continuità relazionale, nella misura in cui durante gli incontri non vengano riscontrati ulteriori fattori di rischio a danno della minore per i quali la visita verrebbe interrotta; il ruolo dell’educatrice è gestire e proteggere, controllare, osservare e valutare il progredire degli incontri, affinché possa poi redigere una relazione al Tribunale; il Consultorio familiare resta a disposizione per fornire un costante dialogo e confronto tra entrambi i genitori.
Al centro degli incontri protetti, ci sono soprattutto i diritti e le esigenze della bambina che i problemi o i bisogni degli adulti passano, necessariamente, in secondo piano. In questa occasione mi presento vulnerabile, non riesco a trattenere le lacrime, mi sento soffocare mentre sconosciuti decidono il meglio per la bambina e M. siede accanto a me impassibile. I servizi sociali tentano un coinvolgimento positivo verso il padre che stranamente ammiro dentro di me, come una speranza. Mi sento in totale confusione. Veramente una parte di me vorrebbe andare d’accordo?! Sto provando compassione?! Perché cerco ancora di rinsavirlo e aiutarlo?! Se tutto questo si sarebbe potuto evitare?! Se adesso funziona, cos’ho sbagliato?! Perché con me non aveva l’autocontrollo?! È veramente così semplice e roseo che basta un intervento di estranei specializzati?! E io voglio che M. sia recuperato come padre?! Posso accettare M. come padre dopo il dolore che ho provato?! Se a M. non veniva spontaneo di stare con nostra figlia prima perché devo necessariamente elemosinare ora una figura paterna per Beatrice imposta per legge?! Non posso farne a meno come sono stata abituata?! Che mi importa adesso, che me ne faccio, a che mi serve?! Come posso fidarmi e credere che lui sarà presente e collaborativo con me per il benessere di B.?! Perché in cuor mio vorrei che fosse così?! Dovrei lasciar perdere e cancellare come abbiamo vissuto finora io e B.?! La gravità tra alcol e droga e il suo stile di vita sono stati valutati realmente?! Mi hanno ascoltata quando definisco M. un padre assente e incapace?! E se avevo ragione io invece fin dall’inizio mentre ora abbasso le mie difese in balia di questo progetto ben esposto, riesco poi a sopportare un’altra delusione?! Qual è il comportamento giusto da avere?! Mi sembra di stare dentro ad uno studio fatto di teorie che non conosce la pratica, e la pratica siamo noi. Mi sento fragile, avvilita e incompresa proprio da chi interviene per proteggere B.
Emozioni e pensieri contrastanti annebbiano un gran mal di testa. Alla fine del colloquio io e M. ci scambiamo poche parole: un misero ‘mi dispiace’ da me sussurrato porta la sua reazione ‘tutto questo non era necessario, l’hai creato tu, lo si fa per B. e poi basta’. Sono riuscita a ribattere dell’accaduto solo giorni dopo in un altro contesto da sola con l’assistente sociale: tutto questo era necessario perché non eravamo in grado di gestire né un rapporto né la radice del problema e mi auguro che sia utile altrimenti nulla di tutto questo ha senso.
M ed io ci incontriamo al Burlo per una visita medica di B. Nonostante pensavo di essere pronta a mostrarmi distaccata e fredda, ho sottovalutato l’impatto della bambina alla vista del padre che non ho potuto fare a meno di assecondarla. Il suo sguardo che si rivolge a me come in segno di approvazione, il gesto delle sue braccia aperte, il sorriso che chiama ‘papà’ mi ha spezzato il cuore. La reazione di B. è spontanea, a me rimane solo il rammarico di questi teneri momenti che non hanno più significato.
Io e mia mamma spesso litighiamo affrontando l’argomento sulla separazione con M. Questa tensione mi dispiace perché in lei c’è la mia forza. Ci scontriamo perché abbiamo due visioni differenti: mentre per mia mamma M. sta solo facendo la guerra a me dopo che gli ho sputato addosso la realtà che a lui è scomoda e che deve farne i conti, io dispongo forse di una realtà distorta, più flessibile, forse sono ingenua, ma non voglio negare la possibilità di costruire un ponte insieme a lui per B. Spero che delegando tutta la faccenda tra avvocato e servizi sociali riesca ad alleggerirmi dal peso in cui sprofondo ogni giorno; è come se fossi risucchiata dalle sabbie mobili, è una sensazione destabilizzante.
Mi sento impotente per affrontare e fronteggiare M e tutta la sua famiglia che mettono pressione, mi faccio forte per difendere la mia creatura piccola e innocente. Se prima, quando io e M. eravamo una coppia, sopravvivevo per lo più con la paura dietro ogni sfuriata, con l’ansia di un suo malcontento ogni giorno, con il suo egoismo ed estraniazione; ora sopravvivo con il coraggio di essere una madre sola, con il dispiacere per il fallimento, con lo sconforto per non riuscire a dialogare, con l’amarezza per l’uomo che è il padre di mia figlia, con la sofferenza per il vuoto che rimane dalla sua indifferenza, con il dolore per la violenza che ho subìto. Non mi si faccia una colpa perché mi sono allontanata, non riuscivo più a sopportare comportamenti e abitudini malsani né potevo tollerare per B.; non mi si faccia una colpa perché sono diventata mamma e mi sono ripromessa di essere la mamma migliore per B.; non mi si faccia una colpa se ogni giorno scelgo di essere presente per lei.
Non additatemi di essere una madre apprensiva o possessiva solo perché per e con amore la accudisco, la educo e la cresco. È da questo contesto che voglio prendere le distanze; voglio dimenticare la sensazione di timore, vivo e crudo, impresso negli atteggiamenti oltremisura e nelle parole forti che mi hanno sconvolta; voglio interrompere quel ciclo terribile in cui lui comanda con sottigliezza impercettibile e manipola facilmente, per costruire una vita sicura e serena; voglio insegnare a mia figlia la forza di chiedere aiuto; voglio riappropriarmi di me stessa, creare ricordi puliti, e pensare al futuro. Fino che non ci sarà un cambiamento, continuo a vivere nella sua ombra.
Il mio grido tra queste righe che oggi prende voce è la consapevolezza di una relazione malata che invoca ascolto, empatia, supporto, tutela e giustizia.
Finchè non ci sarà un cambiamento
Il mio passato cela il peso sottile e silenzioso dell’anoressia che per lunghi anni ha pervaso il mio corpo e invaso la mia mente. Sono grata alla vita per essere guarita, di sentirmi libera. Segnata dalla cicatrice che resta, mi affaccio al mondo con l’entusiasmo nel cuore ma presto mi accorgo che sono totalmente disorientata, sconosciuta di fronte la gente e soprattutto estranea a me stessa…
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Solo più tardi dopo la nascita di mia figlia, nel senso di protezione verso di lei in una nuova sfida da affrontare, quando davanti lo specchio vedo il riflesso autentico di chi sono, sostenuta dal centro antiviolenza sulle donne in un percorso che pone me al centro, allora riconosco la mia integrità e accetto di essere un’anima sensibile.
Oggi le emozioni che provo racchiudono dolore e paura. Mi sento svuotata da ogni sentimento perché ho dato tanto, perché ci ho creduto sul serio. Porto addosso il senso di colpa per aver inseguito abbagliata una felicità che sognavo senza soffermarmi sull’amara realtà.
Io e M ci conosciamo e siamo diversi. È vero che gli opposti si attraggono ma la nostra storia comincia agli antipodi. Le nostre vite si intrecciano e se io mi accollo la fatica di essere luce attraverso il suo sguardo oscuro, lui continua a essere se stesso e a fare le cose che gli piacciono, adattandomi a lui fino a scomparire, creando compromessi sulla mia identità, per non essere alla fine riconosciuti né apprezzati, sopportando gesti che non immaginavo nemmeno possibili.
L’inizio della convivenza, e il suo perdurare, ha messo in risalto le discrepanze in maniera assoluta: i bioritmi, le priorità della vita, il modo di discutere e comunicare, la gestione della casa, l’utilizzo del denaro per la quotidianità, il rapporto con le famiglie di origine, il modo di porsi rispetto gli altri, le proprie esigenze si scontrano drammaticamente. Scopro così il suo essere collerico e io divento sempre più ansiosa e insicura, resto immobile davanti le sue esternazioni violente sempre più frequenti, che anche se non mi toccano, colpiscono, con un impatto forte, incontrollabile e ristagnano in una sofferenza che soffoca il grido.
Al principio della relazione ho cercato di creare un legame maturo e, rimasta incinta, di costruire una famiglia. Con il tempo mi sono sentita persa, con un uomo distante, fra una compagnia fuori luogo rispetto al mio genere, mi sono chiusa e rifugiata in me stessa, fino ad accorgermi di essere sola a cullare nostra figlia. Ci sono state una serie di circostanze, accaduti e comportamenti che mi hanno delusa; molti di questi dipendono da chi ho affidato il mio futuro.
La verità che fa male è che mi sono illusa. Ho provato a porre le basi per ogni buon proposito che si poteva realizzare insieme a M, ma è stato tutto vano per finire ad annullarmi mettendo sempre lui al primo posto. Lui è stato sempre passivo. Ho provato ad aiutarlo, pensando che il solo stargli accanto avrebbe portato a vedere il mondo a colori, una vita che ne vale la pena, ma per lui quel mondo restava spazzatura e la vita uno schifo. Ho provato a salvarlo nel grigiore di un’insoddisfazione (e depressione a cui spesso accennava raccontandomi anche che c’è stato un momento addietro in cui ha tentato il suicidio) verso la propria esistenza gettando nuovi stimoli, ma lui è rimasto ancorato a quello stato di impotenza che gli ha portato via l’ambizione, la passione e lo rende prigioniero nell’unica soluzione che conosce: la cannabis. Ho cercato di mostrargli l’amore verso le cose belle, della mondanità, di chi è importante. Invece i ricordi si anneriscono su momenti in cui nel cercare sicurezza e speranza ricevevo una risposta secca oppure uno sguardo rassegnato come un pugno nello stomaco.
La sua tossica dipendenza dall’erba era letteralmente inebriante, ne era ossessionato a tal punto da diventare furioso se non fumava e la ricerca accanita lo tormentava. Lui non si rendeva conto che mi allontanava, che era difficile stargli vicino mentre io valevo meno della sua droga. Era una competizione a cui non volevo partecipare. Ho provato talvolta soffrendo a combattere una battaglia non mia, spiazzata dal non essere abbastanza. E con rammarico penso che forse non aveva bisogno di me, lui ha bisogno di aiuto. Il mio grave errore per mia indole è aver pensato e creduto di essere la sua salvezza. Comprendo oggi che l’amore autentico non è a senso unico, è equilibrio e condivisione, la cui mancanza sfocia nella conseguenza di un rapporto sbagliato.
D’improvviso, o da quando me ne sono resa conto, era aggressivo per ottenere ci che voleva, che voleva sempre di più, o se non ci riusciva, dalla cosa più piccola alla più grande che gli causava stress, lui perdeva il controllo. E pian piano sono stata manipolata dalla paura per ogni sua reazione, ancora prima che potesse capitare cercavo ogni modo purché non accadesse. Ora, da separati, lui riversa astio e rancore, odio e rabbia, frustrazione e colpa su di me, l’unica persona forse, giacché rinnega i suoi genitori, che ha cercato di fargli del bene.
Insieme, siamo genitori di una bambina meravigliosa, B.
Ma non siamo una famiglia unita: siamo legati ma divisi. Lui è un padre assente, un uomo burbero, una persona anaffettiva. La scelta di proseguire la gravidanza è stata prevalentemente mia, lui non si è mai sbilanciato nel prendersi la responsabilità sulla decisione o cercato un confronto. Il suo orgoglio era diventare padre. Lo diceva proprio a tutti, anche dopo che B. è nata mostrava a tutti le foto della bambina come a esibizione di un trofeo, ma il cambiamento che ne derivava non lo ha mai preso seriamente. Accecata dalla gioia del momento, ho cercato di coinvolgerlo e renderlo partecipe in ogni fase ma sulla mia prima esperienza di maternità mi stringo nella profonda tristezza ancora una volta di un brutto ricordo.
La sua costante assenza è il mio tormento che non mi dà pace. A casa c’era poco, si annoiava, se c’era si isolava per ore a fumare canne sul balcone che affacciava proprio alla cameretta della bambina (tanto che B. non ha mai vissuto quello spazio dedicato a lei perché non volevo venisse a contatto con sostanze nocive per la sua salute) o a giocare con i videogiochi, o dormiva perché necessitava di riposare lui con un lavoro di sole 24 ore settimanali e senza contribuire ad aiutare in casa. ‘Potevi mettere da un’altra parte la bambina’ così mi ha urlato contro una mattina presto urtando la sdraietta su cui poggiava la bambina purtroppo piangente inconsolabile davanti la porta del bagno fianco quella della camera nostra mentre io ero seduta sul water: mi sono sentita vergognosa, inerme. A due settimane di vita con la bambina affidata a lui esco a fare la spesa per poi rientrare e trovare la bambina piangente abbandonata nella carrozzina del passeggino mentre lui era tranquillo fuori su quel maledetto balcone: non mi sono più fidata a lasciargliela da solo. Si avvicinava a lei odorante di fumo ed erba e sporco di cenere, nonostante le mie costanti osservazioni rivolte sul pericolo lui non prestava attenzione, si scrollava perfino dentro in casa che la bambina ha iniziato a gattonare, a giocare sul tappettone e a camminare a casa della nonna materna perché non mi sentivo mai sicura ad adagiarla per terra in casa nostra.
Una sera M si propone di addormentare la bambina e non riuscendoci presto sento dall’altoparlante acceso del babymonitor ‘sei una rompina di coglioni a’ papà’ che accorro verso la camera e vedo che la agita, che lui si agita, che lei si divincola e d’istinto stringo la bambina a me. Una notte rientra a casa a notte fonda ubriaco che lo accudisco mentre mi sveglio anche per allattare; peggio quando un giorno si presenta al parco giochi alticcio che lo incito ad allontanarsi ma lui resta, si esprime con tono arrogante perché è il padre e, indispettito, mi accusa di non potermi permettere a fare certe insinuazioni che la bambina ne risentirà negativamente nei confronti di suo padre. La mia preoccupazione si faceva pressante nell’osservare e rendermi conto che lui non era mai lucido, in uno stato di alterazione costante da alcool o in ebbrezza da cannabis per l’uso smodato di 8 canne al giorno: ‘appena ti fai grande andrai a recuperare la roba per papà’ questi sono i suoi discorsi verso la bambina ancora in fasce, che mi lascia interdetta. Spesso si rivolgeva a me ‘dimmi cosa devo fare così poi sono libero, ti serve altro?’ che ho imparato ad arrangiarmi da sola per non chiedergli aiuto e sentirlo sbuffare. Dalla pediatra, ‘ci vengo se ho voglia’.
A tre mesi dal parto, mi propongo per andare a lavorare perché non sostenevamo le spese e in concomitanza è stato indetto il concorso per le case Ater; un lavoro full-time per lui sarebbe stato un sacrificio a cui non voleva sottomettersi. E sopporto in silenzio ancora oggi lui che chiama ‘principessa di papà’, mentre il carico è da sempre tutto sulle mie spalle. Dell’assistenza e della cura di una coppia, di una donna in post-parto, della sua amata, di una nuova famiglia, della neonata, non se ne preoccupava. Usciva e preferiva le serate al bar in compagnia degli amici piuttosto che trascorrere del tempo con me e la bambina a passeggiare all’aria aperta o a inventarsi giochi o a organizzare una gita o ad accompagnarci a comprare tutto l’occorrente che serviva per la crescita di Beatrice.
Iniziano i litigi tra noi, ogni motivo scatenava una discussione, le sue urla si fanno sempre più accentuate che spesso mi nascondo in camera da letto con la bambina per non sopportare la sua prepotenza e con il timore che possano esserci ripercussioni sulla piccola. La sua ira si esprime scaraventando ci che trova sottomano o sgancia pugni contro il muro o li sbatte sul tavolo; a Natale in preda alla rabbia rompe il telecomando della tv a mani nude scaricando tutta la sua forza. Un tardo pomeriggio in pieno centro città mentre passeggiamo con B, accecato dalla furia per un malinteso M si sporge in avanti a un soffio dal mio viso: ‘tranquilla ho le mani dietro la schiena’ pensando a rassicurarmi, invece io ero terrorizzata. Tutto d’un tratto vivo un incubo e l’unico modo per fuggire è allontanarmi insieme a nostra figlia. Da quando faccio ritorno a casa di mia mamma, ricevo messaggi scioccanti, continui, ci sono perfino minacce; ogni sera ho una crisi di pianto e sfogo, la malinconia soccombe e soffoca il tempo già fugace che spesso mi sembra di perdermi l’attimo e non godermi Beatrice come vorrei e come merita stressata dalla giornata che lui fa vivere con angoscia. Sento la sua voce rimbombare nella mia testa ‘star con la bambina agendo per contro tuo… per colpire dove ti fa più male’. Quando M. si interfaccia con me allude solo la rivendicazione dei suoi diritti, ma dei suoi doveri e responsabilità non ne fa mai accenno. E resto sconcertata di fronte a tanta atrocità, che fuggire non è più sufficiente, ho bisogno di essere difesa e la bambina protetta.
In questo periodo mi avvicino a mia mamma e a mia sorella, grazie a loro io e B. stiamo bene nella difficoltà del momento. Mi riferisco non solo al sostegno economico, quanto mi hanno incoraggiata e appoggiata anche se non si condividevano le decisioni o l’approccio a questa nuova realtà per me, mi hanno guidata con sostegno, perché mi conoscono e mi amano per come sono.
Quando penso ai genitori di lui, risuonano prima di tutto le parole di sua mamma ‘sei particolare’ che io ho attribuito a tutto quello che ho fatto: dal non porgere subito appena nata B. fra le loro braccia sentendomi sbagliata facendo quello che sentivo, dal non ricevere regali perché sceglievo tutto accuratamente invece di proporsi per scegliere insieme, dal comprare giochi educativi venivo derisa o sminuito il mio impegno per il suo sviluppo, dallo svezzamento che è una fase delicata criticata nell’essere troppo precisa, dalla mia pacatezza nello stare con la bambina alla loro esuberanza che invece dovevo accettare, mi sono sempre sentita giudicata; e di suo padre ‘hai solo voluto diventare mamma’ dandomi della poco di buono o ‘per una famiglia unita tutto si sopporta’, ricevendo perfino una chiamata intimidatoria all’apice delle minacce da parte di suo figlio. Io cercavo comprensione e rispetto, che sono mancati, che sono stati calpestati. Il dispiacere ora quando la bambina è con loro è che non tengano fede agli insegnamenti che le rivolgo al fine di formare una famiglia capace di collaborare ma si comportano senza prendermi in considerazione.
Oggi noi come coppia non esistiamo più e M. pretende di stare con la figlia appellandosi al diritto di esserne il padre, perché prima non ricordo abbia mai avuto nessuna intenzione. Quando il rapporto si è incrinato, gli ho proposto e abbiamo preso in considerazione e frequentato incontri di coppia con una psicologa al Consultorio familiare mentre ancora convivevamo e anche dopo esserci separati incentrati sulla bi-genitorialità. All’inizio del primo percorso si era stabilito che lui doveva stare con la bambina un’ora al giorno: non trovava mai il tempo. Quello stesso tempo che ora esige con insistenza, quel tempo che prima ha gettato via, e ora io devo accettare di condividere. Abbiamo tentato per due mesi un approccio di mediazione: vedeva Beatrice ogni giorno con me, ma il suo essere buono aveva l’intenzione sola di tornare insieme e, se prima era contento che lo affiancassi nello stare con la bambina visto che non c’era mai stato, dal momento che gli ho negato la possibilità di una rappacificazione, si rivolge ad un avvocato per concordare le visite. Il problema, che per lui sono io che non lo lascio fare il padre, è ben più radicato. Al racconto della mia storia l’avvocato che mi rappresenta si appella direttamente al Tribunale e inizia l’iter legale.
L’atto di ricorso che deposito è la verità; l’atto che M. fa scrivere è una menzogna. Devo ripercorrere velocemente come una pellicola che si riavvolge ogni abuso cancellando le emozioni per non essere trasportata e sopraffatta dal tormento che sento addosso. Matteo, per la falsità e la cattiveria dimostrata, per screditarmi mi ferisce ancora riportando alla luce il buio di quegli anni lontani della malattia per cui ho già lottato, per difendersi ha rinnegato la mia famiglia dopo che è stato aiutato mentre mia nonna ci sosteneva con la sua povera pensione, mi disgusta e la sua presenza mi altera emotivamente. Mentre io cresco B. lui si mostra sprezzante e sdegnato del mio sforzo e della mia dedizione, invece di fronte al Giudice dichiara che sono una ‘buona mamma’ e al contempo mi reputa una ‘madre iperprotettiva e impositiva’. Quello che omette al Giudice è che lui è anarchico, non ha mai avuto regole e non vuole che gli si impongano, così si comporta allo stesso modo con la bambina, non come esempio nel ruolo da genitore ma come leader da seguire; non rispetta la routine della piccola, non se ne prende cura né per accudirla, né per mantenerla, né per imprimere un’educazione e un’istruzione adeguate. La sua instabilità, la sua arroganza disarmante, la sua incapacità di gestire il benessere della bambina affinché sia serena e in pace, mi spaventa. Si chiude la prima udienza con la disposizione dei servizi sociali, l’affiancamento di un’educatrice per le visite con il padre, il rimando al Sert per M e il mantenimento su B.
Poco dopo la stesura del provvedimento mi interfaccio con l’assistente sociale di riferimento per raccontare ancora una volta la storia vissuta e sempre di più mi accorgo che l’approccio diventa stressante, come se dovessi giustificare la mia lontananza, la mia decisione e presa di posizione, come se fossi io in difetto. Sono nervosa ma cerco di mantenere la calma per esporre la reale dinamica che ha scatenato questa guerra; nonostante il rapporto conflittuale, la mia intolleranza per l’incompetenza e la superficialità di Matteo come padre, la sua indifferenza e il suo stile di vita, la mia sfiducia nei suoi confronti, si delinea un percorso di supporto che sembra porci sullo stesso livello. Al secondo incontro viene spiegata la modalità degli incontri presenziati con l’educatrice come opportunità di ricongiungimento, capacità genitoriale e continuità relazionale, nella misura in cui durante gli incontri non vengano riscontrati ulteriori fattori di rischio a danno della minore per i quali la visita verrebbe interrotta; il ruolo dell’educatrice è gestire e proteggere, controllare, osservare e valutare il progredire degli incontri, affinché possa poi redigere una relazione al Tribunale; il Consultorio familiare resta a disposizione per fornire un costante dialogo e confronto tra entrambi i genitori.
Al centro degli incontri protetti, ci sono soprattutto i diritti e le esigenze della bambina che i problemi o i bisogni degli adulti passano, necessariamente, in secondo piano. In questa occasione mi presento vulnerabile, non riesco a trattenere le lacrime, mi sento soffocare mentre sconosciuti decidono il meglio per la bambina e M. siede accanto a me impassibile. I servizi sociali tentano un coinvolgimento positivo verso il padre che stranamente ammiro dentro di me, come una speranza. Mi sento in totale confusione. Veramente una parte di me vorrebbe andare d’accordo?! Sto provando compassione?! Perché cerco ancora di rinsavirlo e aiutarlo?! Se tutto questo si sarebbe potuto evitare?! Se adesso funziona, cos’ho sbagliato?! Perché con me non aveva l’autocontrollo?! È veramente così semplice e roseo che basta un intervento di estranei specializzati?! E io voglio che M. sia recuperato come padre?! Posso accettare M. come padre dopo il dolore che ho provato?! Se a M. non veniva spontaneo di stare con nostra figlia prima perché devo necessariamente elemosinare ora una figura paterna per Beatrice imposta per legge?! Non posso farne a meno come sono stata abituata?! Che mi importa adesso, che me ne faccio, a che mi serve?! Come posso fidarmi e credere che lui sarà presente e collaborativo con me per il benessere di B.?! Perché in cuor mio vorrei che fosse così?! Dovrei lasciar perdere e cancellare come abbiamo vissuto finora io e B.?! La gravità tra alcol e droga e il suo stile di vita sono stati valutati realmente?! Mi hanno ascoltata quando definisco M. un padre assente e incapace?! E se avevo ragione io invece fin dall’inizio mentre ora abbasso le mie difese in balia di questo progetto ben esposto, riesco poi a sopportare un’altra delusione?! Qual è il comportamento giusto da avere?! Mi sembra di stare dentro ad uno studio fatto di teorie che non conosce la pratica, e la pratica siamo noi. Mi sento fragile, avvilita e incompresa proprio da chi interviene per proteggere B.
Emozioni e pensieri contrastanti annebbiano un gran mal di testa. Alla fine del colloquio io e M. ci scambiamo poche parole: un misero ‘mi dispiace’ da me sussurrato porta la sua reazione ‘tutto questo non era necessario, l’hai creato tu, lo si fa per B. e poi basta’. Sono riuscita a ribattere dell’accaduto solo giorni dopo in un altro contesto da sola con l’assistente sociale: tutto questo era necessario perché non eravamo in grado di gestire né un rapporto né la radice del problema e mi auguro che sia utile altrimenti nulla di tutto questo ha senso.
M ed io ci incontriamo al Burlo per una visita medica di B. Nonostante pensavo di essere pronta a mostrarmi distaccata e fredda, ho sottovalutato l’impatto della bambina alla vista del padre che non ho potuto fare a meno di assecondarla. Il suo sguardo che si rivolge a me come in segno di approvazione, il gesto delle sue braccia aperte, il sorriso che chiama ‘papà’ mi ha spezzato il cuore. La reazione di B. è spontanea, a me rimane solo il rammarico di questi teneri momenti che non hanno più significato.
Io e mia mamma spesso litighiamo affrontando l’argomento sulla separazione con M. Questa tensione mi dispiace perché in lei c’è la mia forza. Ci scontriamo perché abbiamo due visioni differenti: mentre per mia mamma M. sta solo facendo la guerra a me dopo che gli ho sputato addosso la realtà che a lui è scomoda e che deve farne i conti, io dispongo forse di una realtà distorta, più flessibile, forse sono ingenua, ma non voglio negare la possibilità di costruire un ponte insieme a lui per B. Spero che delegando tutta la faccenda tra avvocato e servizi sociali riesca ad alleggerirmi dal peso in cui sprofondo ogni giorno; è come se fossi risucchiata dalle sabbie mobili, è una sensazione destabilizzante.
Mi sento impotente per affrontare e fronteggiare M e tutta la sua famiglia che mettono pressione, mi faccio forte per difendere la mia creatura piccola e innocente. Se prima, quando io e M. eravamo una coppia, sopravvivevo per lo più con la paura dietro ogni sfuriata, con l’ansia di un suo malcontento ogni giorno, con il suo egoismo ed estraniazione; ora sopravvivo con il coraggio di essere una madre sola, con il dispiacere per il fallimento, con lo sconforto per non riuscire a dialogare, con l’amarezza per l’uomo che è il padre di mia figlia, con la sofferenza per il vuoto che rimane dalla sua indifferenza, con il dolore per la violenza che ho subìto. Non mi si faccia una colpa perché mi sono allontanata, non riuscivo più a sopportare comportamenti e abitudini malsani né potevo tollerare per B.; non mi si faccia una colpa perché sono diventata mamma e mi sono ripromessa di essere la mamma migliore per B.; non mi si faccia una colpa se ogni giorno scelgo di essere presente per lei.
Non additatemi di essere una madre apprensiva o possessiva solo perché per e con amore la accudisco, la educo e la cresco. È da questo contesto che voglio prendere le distanze; voglio dimenticare la sensazione di timore, vivo e crudo, impresso negli atteggiamenti oltremisura e nelle parole forti che mi hanno sconvolta; voglio interrompere quel ciclo terribile in cui lui comanda con sottigliezza impercettibile e manipola facilmente, per costruire una vita sicura e serena; voglio insegnare a mia figlia la forza di chiedere aiuto; voglio riappropriarmi di me stessa, creare ricordi puliti, e pensare al futuro. Fino che non ci sarà un cambiamento, continuo a vivere nella sua ombra.
Il mio grido tra queste righe che oggi prende voce è la consapevolezza di una relazione malata che invoca ascolto, empatia, supporto, tutela e giustizia.
Quello che non si vede
Questo non è il solito racconto di una storia triste realmente accaduta, ma spero sia l’occasione per far aprire gli occhi,i cuori,le menti e le coscienze di tutti. Non è facile raccontarsi e mettere a nudo la propria anima ma se questa lettura sarà utile ad aprire qualche occhio e a cambiare il destino di qualcuno allora sono felice di farlo e so che questa ferita che porto addosso non sarà stata inutile…
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Da quasi un anno mi trovo in un centro antiviolenza.
Ricordo ancora il giorno del mio arrivo il 24/06/2024, trasferita da un altro centro perché non abbastanza sicuro per me.
Sono arrivata qui emotivamente e psicologicamente distrutta,senza speranza e divorata dai sensi di colpa.
Colpa,che parola strana,non sono io che avrei dovuto sentirmi in colpa,ma mi sono serviti mesi di percorso vicino a persone meravigliose per poter rendermi conto che la mia sola colpa è stata quella di non essermi mai data il valore che merito e aver creduto che qualcuno lo potesse fare al posto mio.
L’unico motivo per cui ringrazio quel qualcuno è per quel 3/06/2024, per aver fatto l’ultimo errore che mi ha fatto dire OGGI E’ L’ ULTIMA VOLTA.
Non mi ha uccisa, ma qualcosa dentro di me è morto per sempre per mano sua.
Ha distrutto la mia vita,i miei sogni e me. Mi ha tolto tutto.
Ogni giorno ascoltiamo casi di cronaca e lunghe spiegazioni su chi è il narcisista,il manipolatore, di cosa pensa, di cosa può arrivare a fare,ma non si parla mai di noi.
Ecco, voglio dare voce a chi è nella mia stessa situazione e a chi purtroppo una voce per parlare non ce l’ha più, consapevole che la differenza tra me e queste ultime è una sottile linea.
Partiamo con il dire che quando ci si ritrova in determinate situazioni non ce ne si rende conto e quindi è del tutto inutile continuare a ripetere alle donne LASCIALO! MA COSA STAI FACENDO? NON CI PENSI CHE HAI UN FIGLIO?….questo non serve a niente,se non ad alimentare ansia e sensi di colpa.
Zaira
Ciao.
Sono Zaira.
Ho 39 anni.
Sono triste e disperata.
Nessuno mi capisce,
nessuno mi ascolta,
nessuno mi aiuta.
Mi vedo brutta.
Mi sento inutile. Nessuno mi ama.
Sono mamma…
ma non sono felice.
Leggi tutto
Ho due figli,
ma i loro papà sono spariti.
Ho conosciuto solo uomini violenti.
Egoisti.
Alcolizzati.
Drogati.
Nullafacenti.
Gelosi.
Possessivi.
Non servivano a nulla.
Eppure io… io li amavo.
Lo so che in fondo loro dicevano di amarmi.
Ma era a modo loro.
Anche quando mi picchiavano.
Quando mi offendevano.
Quando mi umiliavano.
Quando da me pretendevano tutto.
Dicevano che era colpa mia.
Che sbagliavo io.
Che non facevo come volevano.
E io ci credevo.
Poi, quando facevo la brava,
mi coccolavano,
mi riempivano di regalini.
E io mi convincevo che quello fosse amore.
Ciao, sono Zaira.
Ho 40 anni.
Ho visto la morte.
Sì, hai capito bene.
L’ho vista.
In faccia.
Per ben due volte.
Ma io ti giuro,
loro mi dicevano che mi amavano.
Aspetta…
qualcosa non mi torna.
Forse lo dicevano.
Ma non era vero.
Io ho visto la morte.
E io sono…
mamma,
figlia,
sorella,
amica.
Sono distrutta.
Sono stanca.
Ma aspetta un attimo…
Io sono una donna.
E io valgo.
Sì, valgo.
La mia vita vale.
Ciao, sono Zaira.
Ho 42 anni.
Oggi sono una delle donne più felici del mondo.
Ho due figli meravigliosi.
Stanno con me.
Mi sorridono ogni giorno.
Ora ho un nuovo compagno.
È serio.
È bravo.
Lavora.
E sì, lavora davvero
Non mi chiede nulla in cambio.
Mi dà amore.
Comprensione.
Rispetto.
Mi guarda e mi dice: “Quanto sei bella, amore mio.”
E io…
io sorrido.
Rido.
Respiro.
Respiro senza paura di farlo.
E sai perché?
Perché chi ama
non offende.
Non umilia.
Non alza la voce.
E non alza le mani.
Chi ama non pretende.
Chi ama dà
senza chiedere nulla in cambio.
Non come facevo io…
che davo tutto,
fino ad annullarmi.
Per cosa?
Per una carezza?
Per l’elemosina?
Per gli avanzi delle altre?
Quando si ama davvero,
si dà spontaneamente.
L’amore non chiede.
L’amore non obbliga.
L’amore non toglie.
L’amore non soffoca.
Ora ti saluto.
Come sempre, col mio motto.
Potevo essere
una scarpetta rossa.
Invece sono
una scarpa da ginnastica.
E vincerò la mia maratona.
Con affetto,
Leguisha Zaira
Zaira
Ciao.
Sono Zaira.
Ho 39 anni.
Sono triste e disperata.
Nessuno mi capisce,
nessuno mi ascolta,
nessuno mi aiuta.
Mi vedo brutta.
Mi sento inutile. Nessuno mi ama.
Sono mamma…
ma non sono felice.
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Ho due figli,
ma i loro papà sono spariti.
Ho conosciuto solo uomini violenti.
Egoisti.
Alcolizzati.
Drogati.
Nullafacenti.
Gelosi.
Possessivi.
Non servivano a nulla.
Eppure io… io li amavo.
Lo so che in fondo loro dicevano di amarmi.
Ma era a modo loro.
Anche quando mi picchiavano.
Quando mi offendevano.
Quando mi umiliavano.
Quando da me pretendevano tutto.
Dicevano che era colpa mia.
Che sbagliavo io.
Che non facevo come volevano.
E io ci credevo.
Poi, quando facevo la brava,
mi coccolavano,
mi riempivano di regalini.
E io mi convincevo che quello fosse amore.
Ciao, sono Zaira.
Ho 40 anni.
Ho visto la morte.
Sì, hai capito bene.
L’ho vista.
In faccia.
Per ben due volte.
Ma io ti giuro,
loro mi dicevano che mi amavano.
Aspetta…
qualcosa non mi torna.
Forse lo dicevano.
Ma non era vero.
Io ho visto la morte.
E io sono…
mamma,
figlia,
sorella,
amica.
Sono distrutta.
Sono stanca.
Ma aspetta un attimo…
Io sono una donna.
E io valgo.
Sì, valgo.
La mia vita vale.
Ciao, sono Zaira.
Ho 42 anni.
Oggi sono una delle donne più felici del mondo.
Ho due figli meravigliosi.
Stanno con me.
Mi sorridono ogni giorno.
Ora ho un nuovo compagno.
È serio.
È bravo.
Lavora.
E sì, lavora davvero
Non mi chiede nulla in cambio.
Mi dà amore.
Comprensione.
Rispetto.
Mi guarda e mi dice: “Quanto sei bella, amore mio.”
E io…
io sorrido.
Rido.
Respiro.
Respiro senza paura di farlo.
E sai perché?
Perché chi ama
non offende.
Non umilia.
Non alza la voce.
E non alza le mani.
Chi ama non pretende.
Chi ama dà
senza chiedere nulla in cambio.
Non come facevo io…
che davo tutto,
fino ad annullarmi.
Per cosa?
Per una carezza?
Per l’elemosina?
Per gli avanzi delle altre?
Quando si ama davvero,
si dà spontaneamente.
L’amore non chiede.
L’amore non obbliga.
L’amore non toglie.
L’amore non soffoca.
Ora ti saluto.
Come sempre, col mio motto.
Potevo essere
una scarpetta rossa.
Invece sono
una scarpa da ginnastica.
E vincerò la mia maratona.
Con affetto,
Leguisha Zaira
Avevo 19 anni
Era un momento particolarmente difficile della mia vita. Spesso mi sentivo sola, triste, agitata con frequenti stati d’ansia. Premetto che ho avuto una separazione veramente difficile che mi ha segnata psicologicamente, lasciando dentro di me molte insicurezze e un senso di fallimento, oltre a sensi di colpa verso i miei figli che oggi, per motivi di lavoro e studio, vivono lontano da me e hanno lasciato un grande vuoto nella mia quotidianità. Poi un giorno è arrivato lui…
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Abitavamo distanti ma, nonostante ciò, dopo il primo incontro, decidiamo di proseguire la nostra conoscenza.
Mi pareva di avere trovato in quest’uomo, tutte le qualità che ho sempre cercato: protezione, dolcezza, sicurezza, determinazione.
Mi sono fatta coinvolgere in modo totale mentalmente e sentimentalmente, fin dall’inizio, spesso facendomi andar bene situazioni che non mi appartenevano, ma lui aveva su di me un potere tale che gli veniva concesso tutto.
Mi mostrava un’eccessiva attenzione, con gesti eclatanti, promesse, insomma mi pareva di vivere un amore da favola.
Ogni giorno riempiva le mie giornate con messaggi continui, videochiamate, con cui mi sono convinta di essere veramente speciale per lui.
Poi ha cominciato a manipolare la mia vita organizzando vacanze, week end, creandomi non poche difficoltà a livello economico, senza che me ne rendessi conto, sottovalutando che tutto ciò mirava principalmente ad appagare i suoi bisogni.
Ero ormai diventata succube di lui e l’avevo idealizzato come l’uomo che avrebbe potuto dare una svolta alla mia vita, accettando tutto il marcio che c’era in lui per paura di perderlo.
A volte succedeva che, senza spiegazioni, all’improvviso, non si faceva più sentire. Spariva, destabilizzandomi, e facendomi dubitare di me stessa, nel momento in cui chiedevo spiegazioni dei suoi comportamenti.
Non mi era permesso fare domande, dovevo solo comprendere i suoi silenzi e rimanere in disparte fino a quando lo decideva lui.
Cominciava a crescere dentro di me di nuovo un senso di solitudine, di prosciugamento di energie, il non essere abbastanza per lui e la sensazione che i miei bisogni non fossero più la sua priorità.
Ho deciso, quindi, di allontanarmi da quest’uomo con tanta fatica e sofferenza.
Avevo perso la mia autostima e passavo le giornate a pensare cosa di sbagliato avessi fatto per aver provocato un tale cambiamento nei miei confronti
Mi consideravo non abbastanza per lui, tenevo sempre a giustificare i suoi comportamenti.
Oggi dopo 4 mesi di sofferenza e senso di smarrimento, sto cercando di ritrovare me stessa, consapevole di non essere stata amata, bensì manipolata da un uomo che aveva visto in me una donna con dei valori ma forse con tante insicurezze e fragilità.
Il suo non era amore ma bisogno di possesso, dominio, di conferme, di ammirazione per farlo sentire unico e speciale.
Oggi ho scelto di vedere la realtà, di volermi bene: non vivo più nella sua ombra, che mi soffocava e costringeva a rimanere intrappolata nei suoi sporchi giochi da narcisista manipolatore, da uomo violento qual era.
Sara
Mi chiamo Sara e ho 22 anni. La mia storia inizia quando avevo 19 anni, avevo appena iniziato a lavorare ed è proprio sul posto di lavoro che ho conosciuto colui che per quasi 2 anni è stato il mio fidanzato. È iniziato tutto quando appunto ho cominciato a lavorare, ci siamo conosciuti e da subito abbiamo iniziato a frequentarci. Direi quasi che tra di noi è stato un colpo di fulmine.
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Per me questa era la prima volta che mi innamoravo di qualcuno quindi questa è stata la mia prima vera relazione. Lui aveva 37 anni e io 19. La differenza d’età non era poca (nonostante preoccupasse parecchio sia me che lui) ma per amore, si sa, si va sempre contro a tutto e a tutti. All’inizio è stato come in una favola: emozioni che non avevo mai provato prima e che non sapevo neanche esistessero, cene fuori e tanti piccoli gesti che mi hanno fatto sentire davvero amata. Lui era concentrato su di me al 100% e non c’era nessun altro se non noi. Così dopo circa un mese andiamo a convivere a casa sua, il tutto all’insaputa dei miei genitori (lo dissi circa 4 mesi dopo).
Finita la stagione, avevo anche io finito di lavorare e quindi sono tornata a vivere a casa mia. La parte difficile qui è stata passare dal vedere il mio moroso ogni giorno a vederlo solo nei weekend ma spesso e volentieri solo il weekend non bastava. Quindi comincio ad essere assente da casa almeno 4 notti a settimana perchè andavo a dormire da lui in quella che era diventata casa nostra. Gli amici ormai li vedevo poco e la mia famiglia anche ma questo non mi pesava perchè per stare bene a me bastava stare con lui.
Le cose cominciarono a vacillare quando io sono tornata a lavorare nel periodo natalizio. Lui aveva vissuto un periodo non troppo felice per qualche problema familiare, era diventato molto scorbutico e riversava tutti i suoi problemi addosso a me. Al lavoro avevo trovato un collega con cui andavo molto d’accordo e questo non piaceva molto al mio moroso (nonostante loro due fossero amici e si conoscessero già da parecchi anni). Tutte le volte che capitavo con questo mio collega in turno, il mio fidanzato era molto geloso e cominciò così a guardare dalle telecamere di sicurezza cosa io e il mio collega facevamo. Tornavo a casa da lui la sera dopo lavoro ed aveva sempre un pretesto per litigare.
Le cose non andavano più come all’inizio ma mi dicevo “tutti possono passare dei momenti brutti ed arrabbiarsi con qualcuno che non c’entra, sarà solo un periodo”. Addirittura un giorno mi confessò che aveva guardato nella spazzatura per controllare i miei scontrini e dove andavo con la scusa che lui non si fidava di me. Quando non eravamo insieme mi scriveva messaggi di continuo (anche se ero al lavoro) a cui dovevo rispondere subito perchè sennò lui pensava che lo stessi tradendo con qualcuno. Mi chiese anche parecchi soldi perchè non riusciva a pagarsi l’affitto e la spesa (soldi che successivamente ho scoperto essere usati per le slot).
Questo periodo continuò fino a quando lui, in un momento di gelosia misto a rabbia, decise di sbattermi fuori casa dicendomi che dovevo portare via tutta la mia roba da casa sua e che non voleva più né vedermi né sentirmi. Il mio cuore era a pezzi. Mai avrei pensato che una persona che mi amava così tanto, potesse anche farmi così tanto male.
Io così ho fatto: con una mia amica sono andata a casa sua a prendere tutte le mie cose e portarle via. Non avevo mai provato tanto dolore ed era un dolore costante, non passava mai. Ma qualche giorno dopo lui, con la coda tra le gambe, torna da me dicendomi che si era pentito di quello che aveva fatto, che ero l’amore della sua vita e che non avrebbe mai voluto perdermi. Dopo un po’ di titubanza iniziale decido di tornare con lui perchè il mio amore per lui era troppo forte e comunque una seconda possibilità non si nega a nessuno.
La nostra relazione sembrava essere tornata come agli inizi ma poi arrivò il lock-down di marzo 2020. Io ero a casa mia e lui a casa sua quindi per 2 interi mesi non ci siamo potuti vedere. Durante le nostre chiamate (che erano diventate anche 3 o 4 al giorno) lui cominciò ad incolparmi di tutte le cose che non andavano nella nostra relazione, del fatto che lui in quel periodo era solo per colpa mia e che io non mi sono mai comportata bene nei suoi confronti. Io mi tenevo tutto dentro. In quel periodo non ho mai raccontato a nessuno le cose orribili che mi diceva e di cui poi io mi sentivo realmente in colpa. Mi sono resa conto che aveva talmente tanto potere su di me da farmi credere ad esempio che io avevo atteggiamenti poco consoni al lavoro e che ci provavo con il mio collega. Ho passato due mesi a piangere ogni giorno e tutti credevano che io stessi male perchè mi mancava ma non era del tutto vero.
Quasi alla fine del lock-down mi mise davanti ad una scelta: andare a convivere con lui oppure lasciarci. Avevo da poco compiuto 20 anni, non ero di sicuro pronta per una convivenza seria ma non avevo altra scelta. Decisi così di andare a vivere con lui, anche se la scelta non era mia.
Durante questo periodo mi resi conto che non stavo bene. Il problema della nostra convivenza era che io non potevo uscire, non potevo tornare a casa mia e non potevo uscire con i miei amici. O meglio: potevo ma sapevo che appena tornata a casa lui non mi avrebbe rivolto la parola e avremmo di certo litigato, quindi per quieto vivere non facevo tutto ciò che lo infastidiva. La situazione cominciò a starmi stretta perchè non avevo le libertà che tutte le ragazze di 20 anni hanno il diritto avere. Dopo essermi sfogata con mia mamma capì che quella non era la vita che volevo. Non ho mai avuto tante pretese, l’unica cosa che volevo era vivere la mia vita da normale ventenne. Parlai con lui spiegandogli che lì non stavo bene e che avrei voluto tornare a casa, continuando comunque la nostra relazione ma non la convivenza.
Non ci vide più: urla, litigate, oggetti che volavano, calci alle sedie. Non capivo dov’ero finita e chi fosse la persona che avevo davanti, non c’era verso di farlo ragionare e il suo egoismo non gli faceva capire quanto io stessi male. Per me non c’era altra soluzione se non prendere tutte le mie cose e andarmene (per la seconda volta). E da qui comincia il periodo forse più difficile che abbia affrontato finora. Per un po’ decisi che era meglio non vederlo anche se stargli lontana mi faceva stare male. Lui continuava a bombardarmi di messaggi e chiamate, non rispettava la mia scelta di non voler stare con lui.
In quel periodo affrontai una specie di depressione: non volevo uscire con i miei amici, non parlavo con nessuno e non mangiavo niente. Non facevo niente se non andare da lui. Ho passato così circa un mese e mezzo finchè mia mamma disperata per la situazione mi disse che aveva preso un appuntamento al Sos Rosa. Io ero sconcertata tanto da dirle “mamma mi sembra un po’ esagerato, non sono mica messa così male!”. Dopo un’iniziale incertezza e sotto consiglio delle mie amiche decisi di andarci, male non poteva fare.
Al primo colloquio ho conosciuto Caterina e Giulia, coloro che poi mi hanno accompagnata per tutto il percorso. Io ero impaurita e non avevo nessuna voglia di parlare della mia situazione ma loro mi hanno subito messa a mio agio e mi hanno detto che potevo parlare di qualsiasi cosa volevo. Alla fine dell’incontro stavo già meglio. Mi sentivo come se fossi riuscita a liberarmi di un peso che non sapevo neanche di avere e così decisi di continuare ad andarci. Quando ricominciai a lavorare (circa un mese dopo il primo colloquio) tornai a vivere a casa del mio moroso perchè ci eravamo rimessi insieme. Non ero riuscita a stare lontana da lui e durante l’estate, quando andavo a trovarlo, continuavo a mentire sia alle mie amiche sia ai miei genitori. Siamo stati insieme per un altro paio di mesi in cui mi sono resa conto che non avevo più voglia di passare tutto il mio tempo con lui che intanto continuava a promettermi che sarebbe cambiato, che la situazione sarebbe tornata come all’inizio, ecc.
Al mio compleanno mi sono accorta che non volevo passare quella giornata con lui ma con i miei amici e la mia famiglia. Da lì ho capito che la nostra relazione non poteva più continuare. Il giorno che sono andata via una volta per tutte da casa sua probabilmente non lo dimenticherò mai. Gli avevo già detto che me ne sarei andata e così a fine turno di lavoro vado a casa sua per prendere le mie cose. Aveva già preparato tutte le mie borse e la valigia.
Non vedevo l’ora di andarmene ma lui continuava a parlarmi e a dirmi cattiverie, non ha detto neanche una parola bella sulla nostra relazione di un anno e mezzo. È riuscito addirittura a dirmi che sono stata lo sbaglio più grande che ha fatto nella sua vita, che vorrebbe non avermi mai conosciuta e che per lui ero morta. Le parole feriscono ma a me in quel momento non interessava, volevo solo scappare via.
Il mio percorso al Sos Rosa intanto continuava e dopo un periodo in cui stavo meglio perchè ero tornata a casa dai miei affetti, cominciò a farsi sentire la nostalgia. La parte difficile era mantenere la mia decisione di non voler stare con lui ma non riuscivo a stargli lontana. Ero diventata totalmente dipendente da lui e sentirlo era l’unica cosa che mi dava sollievo nelle giornate in cui ero triste. Da ottobre alla fine dell’anno ci siamo visti forse una o due volte. Il mio sentimento ormai non c’era più da tempo ma non riuscivo ad avere quel distacco che serviva a mettere definitivamente un punto alla relazione. Dovevo non solo voltare pagina ma scrivere un altro capitolo, come mi dicevano Giulia e Caterina.
L’unico legame che avevo io con lui era il telefono. Sembra una banalità ma mi ha tenuta legata a lui per mesi. Anche se non lo amavo più, il solo pensiero di scriverci mi dava quel sollievo di cui avevo bisogno per non stare male. A dicembre 2020 lui decide di partire e andare a trovare la sua famiglia in Albania e lì la tentazione di andare da lui non c’era ma io continuavo a non stare bene. Durante le mie sedute ho capito che provavo molta rabbia nei suoi confronti, che tutte le cose che mi sono state negate non erano a causa mia ma a causa sua e di problemi precedenti che lui aveva. Hanno cominciato a riaffiorare tutti i momenti brutti che ho passato e che il mio cervello aveva quasi eliminato: tutte le sere passate in bagno a piangere, tutte le urla, tutte le volte che ho avuto paura che mi mettesse le mani addosso.
A fine aprile 2021 ci fu la goccia che ha fatto traboccare il vaso: una frase stupidissima che lui mi scrisse riguardo a un suo amico che a detta sua voleva provarci con me (cosa ovviamente del tutto inventata). In quel momento ho capito che si doveva finire lì perchè non avevo più la voglia e la forza per litigare di cose inesistenti che comunque dopo avrebbe rigirato contro di me. Da quel giorno decisi di non rispondergli più e di bloccarlo su tutti i mezzi che lui aveva per contattarmi. Un mese dopo circa dovevo ricominciare a lavorare ed ero un po’ spaventata al pensiero di ritornare lì e vederlo ogni giorno, ma mi sono detta che ero diventata abbastanza forte per affrontare questa situazione. Tornata al lavoro scoprì che lui non sarebbe tornato: aveva deciso di rimanere in Albania. Non sapevo se essere triste o sollevata ma la cosa importante era pensare a me stessa.
Da lì in poi c’è stata quella che a me piace chiamare “la mia rinascita” perchè sono riuscita a tornare la persona solare e sorridente che sono sempre stata, ho preso in mano la mia vita e finalmente ho potuto ricominciare a vivere. Ho cominciato ad essere più sicura di me e ad avere la consapevolezza di quanto valgo. Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza Giulia e Caterina che mi hanno accompagnata nel mio percorso psicologico di un anno e che ringrazio infinitamente perchè sono state per me un punto di riferimento. Loro mi hanno dato gli strumenti per guardarmi dentro e mi hanno fatto capire che il dolore e tutte le emozioni vanno affrontate e superate se si vuole andare avanti.
Un ruolo importante l’hanno giocato i miei genitori che si sono sempre presi cura di me e delle mie sofferenze e le mie due amiche che non mi hanno mai abbandonata neanche nei momenti più bui. Queste persone sono state la mia forza e sono loro il motivo per cui ho deciso di affrontare le mie paure e riprendere in mano la mia vita. E’ stato un percorso lungo e faticoso ma quando si dice che la salita è dura ma quando arrivi in cima il panorama è fantastico è proprio vero e ne vale la pena.
Da questa esperienza ho imparato tanto non solo su me stessa ma anche su ciò che voglio o non voglio da una relazione. Ho capito che non è normale se il tuo fidanzato ti chiama “troia”, non ti lascia vedere i tuoi amici o cerca di allontanarti dalle persone della tua vita. L’essere troppo presente o troppo geloso non è amore. La parte difficile è stato capire che la mia era effettivamente una relazione tossica e di dipendenza affettiva. Non ho mai pensato che una cosa del genere potesse capitare a me con il carattere forte che ho ma mi sbagliavo di grosso. Può capitare a tutti ed è qualcosa che va fuori controllo senza che tu te ne accorga e quando te ne accorgi ci sei già dentro.
Non è una vergogna chiedere aiuto o o aver bisogno di parlare con qualcuno, è difficile perchè non si vuole affrontare il dolore e non si vuole ammettere a se stessi che quello non è amore. Queste persone non cambiano senza un aiuto serio e non siamo noi a dover risolvere i loro problemi o addossarci tutte le rogne della loro vita. Si sente sempre parlare di violenza fisica e quasi mai di quella psicologica ma a volte la violenza psicologica è peggio perchè è silenziosa e invisibile. È un argomento delicato e so quanto può essere difficile ma parlarne è stata la mia salvezza e se non avessi affrontato questo percorso non so ora dove sarei, ma sono sicura che non sarei mai riuscita ad uscirne da sola.
Non è una situazione da sottovalutare e soprattutto non bisogna pensare che con il tempo cambierà o migliorerà da sola perchè vi assicuro che non succede. Avere delle persone che mi sono state accanto è stato fondamentale per me ma alla fine questo è un percorso che si fa con se stessi e non importa poi quanto tempo ci vorrà ma arrivare alla fine e dire “ce l’ho fatta”.
Sara
Mi chiamo Sara e ho 22 anni. La mia storia inizia quando avevo 19 anni, avevo appena iniziato a lavorare ed è proprio sul posto di lavoro che ho conosciuto colui che per quasi 2 anni è stato il mio fidanzato. È iniziato tutto quando appunto ho cominciato a lavorare, ci siamo conosciuti e da subito abbiamo iniziato a frequentarci. Direi quasi che tra di noi è stato un colpo di fulmine.
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Per me questa era la prima volta che mi innamoravo di qualcuno quindi questa è stata la mia prima vera relazione. Lui aveva 37 anni e io 19. La differenza d’età non era poca (nonostante preoccupasse parecchio sia me che lui) ma per amore, si sa, si va sempre contro a tutto e a tutti. All’inizio è stato come in una favola: emozioni che non avevo mai provato prima e che non sapevo neanche esistessero, cene fuori e tanti piccoli gesti che mi hanno fatto sentire davvero amata. Lui era concentrato su di me al 100% e non c’era nessun altro se non noi. Così dopo circa un mese andiamo a convivere a casa sua, il tutto all’insaputa dei miei genitori (lo dissi circa 4 mesi dopo).
Finita la stagione, avevo anche io finito di lavorare e quindi sono tornata a vivere a casa mia. La parte difficile qui è stata passare dal vedere il mio moroso ogni giorno a vederlo solo nei weekend ma spesso e volentieri solo il weekend non bastava. Quindi comincio ad essere assente da casa almeno 4 notti a settimana perchè andavo a dormire da lui in quella che era diventata casa nostra. Gli amici ormai li vedevo poco e la mia famiglia anche ma questo non mi pesava perchè per stare bene a me bastava stare con lui.
Le cose cominciarono a vacillare quando io sono tornata a lavorare nel periodo natalizio. Lui aveva vissuto un periodo non troppo felice per qualche problema familiare, era diventato molto scorbutico e riversava tutti i suoi problemi addosso a me. Al lavoro avevo trovato un collega con cui andavo molto d’accordo e questo non piaceva molto al mio moroso (nonostante loro due fossero amici e si conoscessero già da parecchi anni). Tutte le volte che capitavo con questo mio collega in turno, il mio fidanzato era molto geloso e cominciò così a guardare dalle telecamere di sicurezza cosa io e il mio collega facevamo. Tornavo a casa da lui la sera dopo lavoro ed aveva sempre un pretesto per litigare.
Le cose non andavano più come all’inizio ma mi dicevo “tutti possono passare dei momenti brutti ed arrabbiarsi con qualcuno che non c’entra, sarà solo un periodo”. Addirittura un giorno mi confessò che aveva guardato nella spazzatura per controllare i miei scontrini e dove andavo con la scusa che lui non si fidava di me. Quando non eravamo insieme mi scriveva messaggi di continuo (anche se ero al lavoro) a cui dovevo rispondere subito perchè sennò lui pensava che lo stessi tradendo con qualcuno. Mi chiese anche parecchi soldi perchè non riusciva a pagarsi l’affitto e la spesa (soldi che successivamente ho scoperto essere usati per le slot).
Questo periodo continuò fino a quando lui, in un momento di gelosia misto a rabbia, decise di sbattermi fuori casa dicendomi che dovevo portare via tutta la mia roba da casa sua e che non voleva più né vedermi né sentirmi. Il mio cuore era a pezzi. Mai avrei pensato che una persona che mi amava così tanto, potesse anche farmi così tanto male.
Io così ho fatto: con una mia amica sono andata a casa sua a prendere tutte le mie cose e portarle via. Non avevo mai provato tanto dolore ed era un dolore costante, non passava mai. Ma qualche giorno dopo lui, con la coda tra le gambe, torna da me dicendomi che si era pentito di quello che aveva fatto, che ero l’amore della sua vita e che non avrebbe mai voluto perdermi. Dopo un po’ di titubanza iniziale decido di tornare con lui perchè il mio amore per lui era troppo forte e comunque una seconda possibilità non si nega a nessuno.
La nostra relazione sembrava essere tornata come agli inizi ma poi arrivò il lock-down di marzo 2020. Io ero a casa mia e lui a casa sua quindi per 2 interi mesi non ci siamo potuti vedere. Durante le nostre chiamate (che erano diventate anche 3 o 4 al giorno) lui cominciò ad incolparmi di tutte le cose che non andavano nella nostra relazione, del fatto che lui in quel periodo era solo per colpa mia e che io non mi sono mai comportata bene nei suoi confronti. Io mi tenevo tutto dentro. In quel periodo non ho mai raccontato a nessuno le cose orribili che mi diceva e di cui poi io mi sentivo realmente in colpa. Mi sono resa conto che aveva talmente tanto potere su di me da farmi credere ad esempio che io avevo atteggiamenti poco consoni al lavoro e che ci provavo con il mio collega. Ho passato due mesi a piangere ogni giorno e tutti credevano che io stessi male perchè mi mancava ma non era del tutto vero.
Quasi alla fine del lock-down mi mise davanti ad una scelta: andare a convivere con lui oppure lasciarci. Avevo da poco compiuto 20 anni, non ero di sicuro pronta per una convivenza seria ma non avevo altra scelta. Decisi così di andare a vivere con lui, anche se la scelta non era mia.
Durante questo periodo mi resi conto che non stavo bene. Il problema della nostra convivenza era che io non potevo uscire, non potevo tornare a casa mia e non potevo uscire con i miei amici. O meglio: potevo ma sapevo che appena tornata a casa lui non mi avrebbe rivolto la parola e avremmo di certo litigato, quindi per quieto vivere non facevo tutto ciò che lo infastidiva. La situazione cominciò a starmi stretta perchè non avevo le libertà che tutte le ragazze di 20 anni hanno il diritto avere. Dopo essermi sfogata con mia mamma capì che quella non era la vita che volevo. Non ho mai avuto tante pretese, l’unica cosa che volevo era vivere la mia vita da normale ventenne. Parlai con lui spiegandogli che lì non stavo bene e che avrei voluto tornare a casa, continuando comunque la nostra relazione ma non la convivenza.
Non ci vide più: urla, litigate, oggetti che volavano, calci alle sedie. Non capivo dov’ero finita e chi fosse la persona che avevo davanti, non c’era verso di farlo ragionare e il suo egoismo non gli faceva capire quanto io stessi male. Per me non c’era altra soluzione se non prendere tutte le mie cose e andarmene (per la seconda volta). E da qui comincia il periodo forse più difficile che abbia affrontato finora. Per un po’ decisi che era meglio non vederlo anche se stargli lontana mi faceva stare male. Lui continuava a bombardarmi di messaggi e chiamate, non rispettava la mia scelta di non voler stare con lui.
In quel periodo affrontai una specie di depressione: non volevo uscire con i miei amici, non parlavo con nessuno e non mangiavo niente. Non facevo niente se non andare da lui. Ho passato così circa un mese e mezzo finchè mia mamma disperata per la situazione mi disse che aveva preso un appuntamento al Sos Rosa. Io ero sconcertata tanto da dirle “mamma mi sembra un po’ esagerato, non sono mica messa così male!”. Dopo un’iniziale incertezza e sotto consiglio delle mie amiche decisi di andarci, male non poteva fare.
Al primo colloquio ho conosciuto Caterina e Giulia, coloro che poi mi hanno accompagnata per tutto il percorso. Io ero impaurita e non avevo nessuna voglia di parlare della mia situazione ma loro mi hanno subito messa a mio agio e mi hanno detto che potevo parlare di qualsiasi cosa volevo. Alla fine dell’incontro stavo già meglio. Mi sentivo come se fossi riuscita a liberarmi di un peso che non sapevo neanche di avere e così decisi di continuare ad andarci. Quando ricominciai a lavorare (circa un mese dopo il primo colloquio) tornai a vivere a casa del mio moroso perchè ci eravamo rimessi insieme. Non ero riuscita a stare lontana da lui e durante l’estate, quando andavo a trovarlo, continuavo a mentire sia alle mie amiche sia ai miei genitori. Siamo stati insieme per un altro paio di mesi in cui mi sono resa conto che non avevo più voglia di passare tutto il mio tempo con lui che intanto continuava a promettermi che sarebbe cambiato, che la situazione sarebbe tornata come all’inizio, ecc.
Al mio compleanno mi sono accorta che non volevo passare quella giornata con lui ma con i miei amici e la mia famiglia. Da lì ho capito che la nostra relazione non poteva più continuare. Il giorno che sono andata via una volta per tutte da casa sua probabilmente non lo dimenticherò mai. Gli avevo già detto che me ne sarei andata e così a fine turno di lavoro vado a casa sua per prendere le mie cose. Aveva già preparato tutte le mie borse e la valigia.
Non vedevo l’ora di andarmene ma lui continuava a parlarmi e a dirmi cattiverie, non ha detto neanche una parola bella sulla nostra relazione di un anno e mezzo. È riuscito addirittura a dirmi che sono stata lo sbaglio più grande che ha fatto nella sua vita, che vorrebbe non avermi mai conosciuta e che per lui ero morta. Le parole feriscono ma a me in quel momento non interessava, volevo solo scappare via.
Il mio percorso al Sos Rosa intanto continuava e dopo un periodo in cui stavo meglio perchè ero tornata a casa dai miei affetti, cominciò a farsi sentire la nostalgia. La parte difficile era mantenere la mia decisione di non voler stare con lui ma non riuscivo a stargli lontana. Ero diventata totalmente dipendente da lui e sentirlo era l’unica cosa che mi dava sollievo nelle giornate in cui ero triste. Da ottobre alla fine dell’anno ci siamo visti forse una o due volte. Il mio sentimento ormai non c’era più da tempo ma non riuscivo ad avere quel distacco che serviva a mettere definitivamente un punto alla relazione. Dovevo non solo voltare pagina ma scrivere un altro capitolo, come mi dicevano Giulia e Caterina.
L’unico legame che avevo io con lui era il telefono. Sembra una banalità ma mi ha tenuta legata a lui per mesi. Anche se non lo amavo più, il solo pensiero di scriverci mi dava quel sollievo di cui avevo bisogno per non stare male. A dicembre 2020 lui decide di partire e andare a trovare la sua famiglia in Albania e lì la tentazione di andare da lui non c’era ma io continuavo a non stare bene. Durante le mie sedute ho capito che provavo molta rabbia nei suoi confronti, che tutte le cose che mi sono state negate non erano a causa mia ma a causa sua e di problemi precedenti che lui aveva. Hanno cominciato a riaffiorare tutti i momenti brutti che ho passato e che il mio cervello aveva quasi eliminato: tutte le sere passate in bagno a piangere, tutte le urla, tutte le volte che ho avuto paura che mi mettesse le mani addosso.
A fine aprile 2021 ci fu la goccia che ha fatto traboccare il vaso: una frase stupidissima che lui mi scrisse riguardo a un suo amico che a detta sua voleva provarci con me (cosa ovviamente del tutto inventata). In quel momento ho capito che si doveva finire lì perchè non avevo più la voglia e la forza per litigare di cose inesistenti che comunque dopo avrebbe rigirato contro di me. Da quel giorno decisi di non rispondergli più e di bloccarlo su tutti i mezzi che lui aveva per contattarmi. Un mese dopo circa dovevo ricominciare a lavorare ed ero un po’ spaventata al pensiero di ritornare lì e vederlo ogni giorno, ma mi sono detta che ero diventata abbastanza forte per affrontare questa situazione. Tornata al lavoro scoprì che lui non sarebbe tornato: aveva deciso di rimanere in Albania. Non sapevo se essere triste o sollevata ma la cosa importante era pensare a me stessa.
Da lì in poi c’è stata quella che a me piace chiamare “la mia rinascita” perchè sono riuscita a tornare la persona solare e sorridente che sono sempre stata, ho preso in mano la mia vita e finalmente ho potuto ricominciare a vivere. Ho cominciato ad essere più sicura di me e ad avere la consapevolezza di quanto valgo. Tutto questo non sarebbe mai stato possibile senza Giulia e Caterina che mi hanno accompagnata nel mio percorso psicologico di un anno e che ringrazio infinitamente perchè sono state per me un punto di riferimento. Loro mi hanno dato gli strumenti per guardarmi dentro e mi hanno fatto capire che il dolore e tutte le emozioni vanno affrontate e superate se si vuole andare avanti.
Un ruolo importante l’hanno giocato i miei genitori che si sono sempre presi cura di me e delle mie sofferenze e le mie due amiche che non mi hanno mai abbandonata neanche nei momenti più bui. Queste persone sono state la mia forza e sono loro il motivo per cui ho deciso di affrontare le mie paure e riprendere in mano la mia vita. E’ stato un percorso lungo e faticoso ma quando si dice che la salita è dura ma quando arrivi in cima il panorama è fantastico è proprio vero e ne vale la pena.
Da questa esperienza ho imparato tanto non solo su me stessa ma anche su ciò che voglio o non voglio da una relazione. Ho capito che non è normale se il tuo fidanzato ti chiama “troia”, non ti lascia vedere i tuoi amici o cerca di allontanarti dalle persone della tua vita. L’essere troppo presente o troppo geloso non è amore. La parte difficile è stato capire che la mia era effettivamente una relazione tossica e di dipendenza affettiva. Non ho mai pensato che una cosa del genere potesse capitare a me con il carattere forte che ho ma mi sbagliavo di grosso. Può capitare a tutti ed è qualcosa che va fuori controllo senza che tu te ne accorga e quando te ne accorgi ci sei già dentro.
Non è una vergogna chiedere aiuto o o aver bisogno di parlare con qualcuno, è difficile perchè non si vuole affrontare il dolore e non si vuole ammettere a se stessi che quello non è amore. Queste persone non cambiano senza un aiuto serio e non siamo noi a dover risolvere i loro problemi o addossarci tutte le rogne della loro vita. Si sente sempre parlare di violenza fisica e quasi mai di quella psicologica ma a volte la violenza psicologica è peggio perchè è silenziosa e invisibile. È un argomento delicato e so quanto può essere difficile ma parlarne è stata la mia salvezza e se non avessi affrontato questo percorso non so ora dove sarei, ma sono sicura che non sarei mai riuscita ad uscirne da sola.
Non è una situazione da sottovalutare e soprattutto non bisogna pensare che con il tempo cambierà o migliorerà da sola perchè vi assicuro che non succede. Avere delle persone che mi sono state accanto è stato fondamentale per me ma alla fine questo è un percorso che si fa con se stessi e non importa poi quanto tempo ci vorrà ma arrivare alla fine e dire “ce l’ho fatta”.





